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Parrocchia Santi Quirico e Giulitta - Solaro
Ritruass e ricumincià - We restart together - RIPARTIRE INSIEME PDF Stampa E-mail

Che si dica col dialetto di “surè” oppure in moderno inglese, è tempo di ripartire. Lo sentiamo nel sangue, lo vogliamo, non ne vediamo l’ora! E questo è lo spirito con cui vogliamo vivere la nostra Festa Patronale 2021… non possiamo ancora farla “in grande stile”, però possiamo avere nel cuore una grande passione.

Ripartire! È il verbo che indica che non possiamo e non vogliamo più stare fermi e immobilizzati dalle paure del CoVid, è il verbo del camminare, è movimento, è desiderare un “nuovo” che non sappiamo come sarà, ma lo vogliamo costruire. Non con la nostalgia del “ritornare come prima”, ma del “diventare come poi”! Se c’è un “ri” davanti a “partire” è per sottolineare che ci eravamo fermati, ma che ora “non ce la facciamo più” a rimanere bloccati. “Hai voluto al bicicletta? Pedala!”

Ripartire insieme! Spesso ci siamo sentiti ripetere in questi mesi “dalla crisi epidemica si esce insieme!” È vero! Insieme significa uscire di casa e guardarsi, ascoltarsi e parlarsi, dialogare e confrontarsi, fare insieme per costruire. Ripartire “in solitaria” potrebbe essere una “impresa”, ma è solo qualcosa da immortalare in una fotografia. Ripartire uniti e insieme è vita che esplode: bambini che corrono, giovani che “impennano”, innamorati che scherzano, famiglie in bicicletta, anziani seduti a commentare…

Ripartiamo insieme nella luce dei Santi Quirico e Giulitta. Quanta fede in Gesù nel loro cuore, quanta speranza nella Vita nei loro gesti, quanta luminosa è la testimonianza del loro martirio, quanta meraviglia suscitano in noi l’amore forte di Giulitta e la tenerezza di Quirico che subisce violenza. Anche i nostri Santi Patroni quest’anno pregano per noi, ci rincuorano e ci invitano a ripartire insieme.

Ripartiamo insieme avendo tra noi un nuovo prete che sarà incaricato in modo particolare di accompagnare ragazzi e giovani delle nostre due Parrocchie di Solaro e Brollo: don Massimiliano Mazza. C’era una promessa che il nostro Arcivescovo ci aveva fatto alla partenza di don Nicola, ora l’ha mantenuta. Ripartiamo anche con “don Max”, accogliendolo come dono dello Spirito e della Chiesa, ripartiamo con il suo desiderio di camminare con noi, di condividere con le nostre due Comunità la gioia del Vangelo, di costruire con amore coraggioso il “nuovo”.

Buona Festa Patronale ai Cristiani di Solaro, a tutte le Famiglie del nostro “paese”. Si riparte: pedaliamo insieme!

 

 
La Messa è un “dovere verso Dio” o un ricevere? PDF Stampa E-mail

“Prendete, questo è il mio corpo”.

Nei Vangeli Gesù parla sempre con verbi poveri, semplici, diretti: prendete, ascoltate, venite, andate, partite; corpo e sangue. Ignote quelle mezze parole la cui ambiguità permette ai potenti o ai furbi di consolidare il loro predominio. Gesù è così radicalmente uomo, anche nel linguaggio, da raggiungere Dio e da comunicarlo attraverso le radici, attraverso gesti comuni a tutti.

Seguiamo la successione esatta delle parole così come riportata dal Vangelo di Marco: prendete, questo è il mio corpo... Al primo posto quel verbo, nitido e preciso come un gesto concreto, come mani che si aprono e si tendono. Gesù non chiede agli apostoli di adorare, contemplare, venerare quel pane spezzato, chiede molto di più: “io voglio essere preso dalle tue mani come dono, stare nella tua bocca come pane, nell'intimo tuo come sangue, farmi cellula, respiro, pensiero di te. Tua vita”. Qui è il miracolo, il batticuore, lo scopo: prendete.

Per diventare ciò che ricevete. Quello che sconvolge sta in ciò che accade nel discepolo più ancora che in ciò che accade nel pane e nel vino: lui vuole che nelle nostre vene scorra il flusso caldo della sua vita, che nel cuore metta radici il suo coraggio, che ci incamminiamo a vivere l'esistenza umana come l'ha vissuta lui. Dio in me, il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola, una stessa vocazione: non andarcene da questo mondo senza essere diventati pezzo di pane buono per la fame e la gioia e la forza di qualcuno. Dio si è fatto uomo per questo, perché l'uomo si faccia come Dio. Gesù ha dato ai suoi due comandi semplici, li ha raddoppiati, e in ogni Eucaristia noi li riascoltiamo: prendete e mangiate, prendete e bevete.

A che serve un Pane, un Dio, chiuso nel tabernacolo, da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all'incenso? Gesù non è venuto nel mondo per creare nuove liturgie. Ma figli liberi e amanti. Vivi della sua vita. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui”. Corpo e sangue indicano l'intera sua esistenza, la sua vicenda umana, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno e il foro dei chiodi, le sue lacrime, le sue passioni, la polvere delle strade, i piedi intrisi di nardo e poi di sangue, e la casa che si riempie di profumo e parole che sanno di cielo.

Lui dimora in me e io in lui, le persone, quando amano, dicono le stesse cose: vieni a vivere nella mia casa, la mia casa è la tua casa. Dio lo dice a noi. Prima che io dica: “ho fame”, lui ha detto: “voglio essere con te”. Mi ha cercato, mi attende e si dona. Un Dio così non si merita: lo si deve solo accogliere e lasciarsi amare.

(Ermes Ronchi, Avvenire)

 
Spirito “paràclito”: cioè? PDF Stampa E-mail

Nel Vangelo di Giovanni proposto in questa domenica si parla dello Spirito come di «un altro Paraclito». Questo crea immediatamente un legame con «il primo Paràclito» che evidentemente è Gesù stesso.

Basta leggere la Prima lettera di Giovanni per cogliere questa corrispondenza. Infatti in 1Gv 2,1 si legge: «Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto».

Nel testo greco il termine è il medesimo che nel brano evangelico di questa domenica si riferisce allo Spirito. Lo Spirito e Gesù sembrano quindi avere la medesima funzione riguardo ai credenti: entrambi sono “dalla loro parte”. Infatti paràkleton, che nella vecchia traduzione CEI veniva tradotto a volte con “consolatore” (Gv 14,16.26; 15,26; 16, 7) e una con “avvocato” (1Gv 2,1), indica la figura di chi sta dalla parte di qualcuno e agisce «in favore di». Per questo ora che Gesù sale al Padre «un altro Paràclito» sarà inviato ai discepoli.

Tuttavia, quest’altro Paràclito non avrà una funzione autonoma rispetto a quella del primo. Infatti se guardiamo cosa dice Giovanni di questo secondo Paràclito, vediamo che la sua azione è sempre in rapporto con Gesù. Egli (14,16) rimarrà presso i discepoli per sempre. Si tratta di una presenza che accompagna costantemente e in ogni tempo la vita della Chiesa. Nel cammino della comunità dei discepoli di Gesù c’è una presenza che continua e tale presenza è lo Spirito.

Però la presenza di questo «Paràclito» (Gv 14,26) nel suo rimanere con i discepoli di Gesù avrà la funzione di insegnare ogni cosa e di ricordare tutte le parole di Gesù: «il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Il suo compito quindi non sarà quello di fare una nuova rivelazione, di aggiungere qualcosa alla manifestazione di Dio che è stata fatta da Gesù con la sua vita e la sua Pasqua, ma quella di renderla presente e attuale in ogni istante della vita della Chiesa.

Inoltre, non si tratterà di una azione esteriore, ma interiore: le parole di Gesù non saranno più udite dai discepoli ma saranno poste nel loro intimo dallo Spirito…

Questo tema viene ripreso in Gv 16,13: «lo Spirito di verità, vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future». Compito dello Spirito è guidare alla verità tutta intera. Ma noi sappiamo che la Verità nel Vangelo di Giovanni non è qualcosa di razionale, ma è la rivelazione di Dio che si è manifestata in Gesù, nel Verbo fatto carne, l’esegeta del Padre. In fondo la Verità non è altro che Gesù stesso. Lo Spirito, il Paràclito, dovrà guidare i credenti alla pienezza della rivelazione di Gesù, anzi alla pienezza di Gesù. Lo Spirito è colui che traccia suo volto della Chiesa di ogni tempo i medesimi tratti del volto di Cristo, che rende la Pasqua di Gesù evento attuale nella vita della Chiesa.

Anche in Gv 15,26 dove si usa nuovamente il termine “Paràclito”, si afferma il legame profondo tra Gesù e lo Spirito. Infatti si dice che lo Spirito è colui che «rende testimonianza a Gesù». Lo Spirito è «il martire» (testimone) di Gesù, è colui che rende possibile nella vita della Chiesa ogni testimonianza, ogni «martirio». Nella vita di ogni martire della storia della Chiesa si è resa tangibile questa presenza dello Spirito che rende «pasquale» la vita dei discepoli e delle discepole di Gesù conformandola pienamente a quella del loro maestro. Quando la Chiesa celebra un martire in fondo celebra proprio la presenza della Pasqua resa interiore alla vita di un discepolo di Cristo: non celebra qualcosa di diverso da ciò che si celebra nel Triduo pasquale, ma la medesima realtà che, grazie al dono pasquale dello Spirito, è divenuto carne e sangue nell’esistenza concreta di un discepolo di Gesù, nella Chiesa

 
ORATORIO ESTIVO 2021. Da lunedì 14 giugno a venerdì 16 luglio. Per PreAdolescenti e ragazzi di 5° elementare all'oratorio di Brollo. PDF Stampa E-mail

Nel logo, lo slogan dell’Oratorio estivo 2021 trasborda dagli spazi, esce da un’esplosione che è un segno di entusiasmo e diventa l’urlo di gioia che non smetteremo di urlare in ogni occasione, nelle nostre calde giornate in oratorio.

 

«Hurrà» è la parola della nostra esultanza. Sulla scritta dello slogan «Hurrà» si trovano gli elementi che indicano le cinque settimane della proposta: la pedina per i giochi da tavolo; la trottola per i giochi dal mondo; la coppa per i giochi sportivi; il fantasmino del Pac-man per i videogiochi; la biglia per i giochi di un tempo.

 

Tutt’attorno ecco diversi bambini che corrono, vanno in skateboard, si arrampicano e vanno in altalena. I bambini “giocano sulle sue piazze”, che sono le piazze di ogni città, dei nostri quartieri, paesi.

 

«Hurrà» apre certamente uno spiraglio a una nuova avventura, a nuove sfide e nuovi giochi. Nel logo, dalla «u» di «Hurrà» partono due fasce azzurre che indicano lo slancio che il gioco, come metafora della vita, porta con sé.

 

«Giocheranno sulle sue piazze» è il sottotitolo dello slogan «Hurrà», tratto dal versetto 5 del capitolo 8 del libro del profeta Zaccaria. Il contesto in cui si inseriscono queste parole dà il senso alla condizione per cui possiamo giocare davvero. Le piazze di cui parla il profeta sono quelle di Gerusalemme, sono quelle della Chiesa, e quindi della comunità e dell’oratorio, dove Dio sempre “torna a dimorare”, ogni volta che sappiamo riconoscerlo. È la presenza di Dio che “fa casa”, “fa ambiente”, “fa campo” affinché chi dimora con lui possa trovare la tranquillità e la serenità del gioco e nel gioco.

È la presenza di Dio a riempire dunque di vitalità le “nostre piazze”: un bambino gioca perché attorno a lui ci sono le condizioni per farlo, perché sa di sentirsi al sicuro.

 
Asceso o disceso? PDF Stampa E-mail

Gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne, fedeli e coraggiose. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto, e sono venuti tutti all'appuntamento sull'ultimo colle.

Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in uomini e donne che dubitano ancora, affidando proprio a loro il mondo e il Vangelo. Non rimane con i suoi ancora un po' di tempo, per spiegare meglio, per chiarire meglio, ma affida loro la lieta notizia nonostante i dubbi. I dubbi nella fede sono come i poveri: li avremo sempre con noi. Gesù affida il vangelo e il mondo nuovo, sognato insieme, alla povertà di undici pescatori illetterati e non all'intelligenza dei primi della classe. Con fiducia totale, affida la verità ai dubitanti, chiama i claudicanti a camminare, gli zoppicanti a percorrere tutte le strade del mondo: è la legge del granello di senape, del pizzico di sale, della luce sul monte, del cuore acceso che può contagiare di vangelo e di nascite quanti incontra.

Andate, profumate di cielo le vite che incontrate, insegnate il mestiere di vivere, così come l'avete visto fare a me, mostrate loro il volto alto e luminoso dell'umano.

Battezzate, che significa immergete in Dio le persone, che possano essere intrise di cielo, impregnate di Dio, imbevute d'acqua viva, come uno che viene calato nel fiume, nel lago, nell'oceano e ne risale, madido d'aurora. Ecco la missione dei discepoli: fare del mondo un battesimo, un laboratorio di immersione in Dio, in quel Dio che Gesù ha raccontato come amore e libertà, come tenerezza e giustizia. Ognuno di noi riceve oggi la stessa missione degli apostoli: annunciate. Niente altro. Non dice: organizzate, occupate i posti chiave, fate grandi opere caritative, ma semplicemente: annunciate.

E che cosa? Il Vangelo, la lieta notizia, il racconto della tenerezza di Dio. Non le idee più belle, non le soluzioni di tutti i problemi, non una politica o una teologia migliori: il Vangelo, la vita e la persona di Cristo, pienezza d'umano e tenerezza del Padre.

L'ascensione è come una navigazione del cuore. Gesù non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo. È disceso (asceso) nel profondo delle cose, nell'intimo del creato e delle creature, e da dentro preme come forza ascensionale verso più luminosa vita. "La nostra fede è la certezza che ogni creatura è piena della sua luminosa presenza" (Laudato si' 100), che «Cristo risorto dimora nell'intimo di ogni essere, circondandolo con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce» (Laudato si' 221).

Ermes Ronchi, Avvenire 13 Maggio 2021

 
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Sabato, 11 gennaio 2020

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