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Parrocchia Santi Quirico e Giulitta - Solaro
Battesimo, Cresima, Comunione… dove sta Gesù? PDF Stampa E-mail

Intervista a don Armando Matteo, teologo

 

Il Covid ha ridotto le presenze nelle chiese.

Perché il futuro ecclesiale rischia di essere senza giovani e senza donne?

I rilievi statistici ci dicono che la disaffezione alla realtà della Chiesa da parte del mondo giovanile e dell’universo delle donne che transitano intorno a quarant’anni continua a crescere. Dio non voglia che la nostra si avvii a diventare una Chiesa che vada bene solo per i bambini e per i loro nonni.

 

Gli adulti sono prigionieri del mito dell’«adorazione della giovinezza».

Non più adulti nella fede?

Questo è il cuore del problema della nuova evangelizzazione in Occidente. Gli adulti – e quindi coloro che hanno dai quaranta ai sessant’anni – tengono e non poco alla tradizione cristiana, ma nel loro cuore non c’è più posto per il cristianesimo. Quel cuore è del tutto votato al culto della giovinezza. Per loro, fuori dalla giovinezza non c’è salvezza. Giovinezza come grande salute, potere, denaro, prestanza sessuale, libertà infinita, bisogno struggente di stare sempre in giro ed altro ancora. Ed è qui che si radica la sfida per l’evangelizzazione che papa Francesco indica con chiarezza: la rottura della trasmissione generazionale della fede. I nostri adulti “Peter Pan” offrono ai loro figli un vuoto di testimonianza o meglio la testimonianza di un cuore vuoto di cristianesimo.

 

Come avvicinare i giovani alla fede?

La fede si trasmette per attrazione, per contagio, per riflesso. Sono necessarie, dunque, comunità abitate da adulti autenticamente innamorati di Gesù. Se riusciremo a trovare una parola per i quarantenni o cinquantenni di oggi, saremo in grado di riavere una nuova sintonia con il mondo dei giovani. Bisogna ripartire dalla questione dell’adulto.

 

Quali consigli darebbe a un parroco e alla sua comunità?

Direi: agisci sempre in modo che chiunque attraversi la parrocchia possa innamorarsi di Gesù. Agisci sempre in modo che chiunque si sia innamorato di Gesù possa davvero diventare santo e cioè donato agli altri. Agisci ancora in modo che sia quello della fraternità il profumo che si respira nella vita della parrocchia. Agisci, infine, in modo da poter spezzare quel vincolo tra depressione e fede che tanto spesso ci caratterizza. Come credenti, siamo memoria vivente del Crocifisso Risorto che ha vinto la morte e ci ha spalancato le porte della Gerusalemme celeste verso la quale, con inni e canti, procediamo. Di domenica in domenica.

 
I martiri di traverso di Giorgio Bernardelli PDF Stampa E-mail

Una missionaria laica di 50 anni, colpita a morte in una delle troppe periferie violente dell’America Latina. Un giovane vescovo di 43 anni, gambizzato per intimidazione prima ancora dell’inizio del suo ministero in una diocesi del martoriato Sud Sudan.

In quest’Italia che non sa più guardare oltre tavolini, calcetto e coprifuoco, nelle ultime ore è arrivata – drammatica – la cronaca a ricordarci che esiste un mondo intorno a noi. Scuotendoci anche come comunità cristiana, con le storie di due missionari della generazione degli anni Duemila. Tutti e due, curiosamente, originari della stessa città, Schio, in provincia e diocesi di Vicenza. Partiti entrambi proprio quando in parrocchia iniziavamo a ripeterci sempre più spesso che la missione ormai è qui; che c’è troppo da fare nelle nostre città per andare a cercare avventure nelle periferie del mondo.

Nadia e padre Christian. Quelli che il bergogliano “siamo tutti sulla stessa barca” l’avevano già capito più di vent’anni fa; e ne hanno fatto il centro della propria vita, ben sapendo che questo poteva voler dire anche pagarne il prezzo.

Nadia De Munari – in Perù con l’Operazione Mato Grosso – aveva detto sì all’ennesima intuizione di padre Ugo De Censi, l’inventore di questo grande ponte di solidarietà con la gente poverissima della Cordigliera delle Ande. Perché se – come accade un po’ dappertutto oggi nel mondo – tante famiglie dalle montagne scendono a Chimbote in cerca di fortuna, anche lì bisognava stare con loro. Così era nata la casa “Mama mia”, dove Nadia si prendeva cura dei bambini e dei ragazzi di quelle famiglie in un contesto per loro così difficile. “Anche noi abbiamo dovuto costruire sulla sabbia”, aveva raccontato in un’intervista a una radio locale tre anni fa, senza nascondere la fatica. Aggiungendo, però, anche il senso più profondo di quella missione: “Tutti siamo stati creati per donare agli altri e la cosa che ci rende più felici è scoprire che tutto quello che abbiamo, che sappiamo fare e che ci è stato insegnato, possiamo condividerlo con gli altri”. Condividerlo anche nella precarietà della vita in queste periferie del mondo. Come avevano già fatto – sempre in Perù, negli anni Novanta – Giulio Rocca e padre Daniele Badiali, anche loro uccisi in nome dell’amore evangelico per questi fratelli nato proprio attraverso l’Operazione Mato Grosso.

Lo stesso amore che ha portato padre Christian, missionario comboniano, ad accogliere un compito difficilissimo a Rumbek. Quando qualche settimana fa Papa Francesco lo aveva nominato abbiamo scritto tutti che diventava il vescovo più giovane del mondo (soli 43 anni) nel Paese più giovane del mondo (il Sud Sudan indipendente solo dal 2011). Ma i titoli troppo facili sono sempre pericolosi. Per esempio nascondono la fatica e le lacerazioni di una diocesi rimasta per dieci anni senza un pastore. E le tante contraddizioni di un Paese dove le tensioni tra le etnie, come sempre, sono armate da interessi ben più prosaici che si chiamano terra, bestiame, petrolio. «Perdono chi mi ha sparato, dal profondo del cuore, e chiedo di pregare per la gente di Rumbek che sicuramente soffre più di me», sono le parole che padre Christian ieri ha affidato a una radio sud-sudanese prima di essere trasferito a Nairobi per essere curato. Parole che ci chiedono di non fermarci all’emozione perché “hanno colpito uno di noi”; ma di guardare come il pastore ferito all’intero suo gregge.

Nadia e padre Christian. Due volti che si prestano ben poco alle denunce ad effetto sui cristiani perseguitati. Perché sono i martiri di una fede vissuta accanto agli ultimi, ai dimenticati, esposti ai mille pericoli della loro esistenza. Sono i martiri di quel mondo malato, con cui vorremmo avere a che fare il meno possibile (salvo poi alzare muri o vendere armi proprio lì). Sono i martiri che in un giorno di fine aprile, in questa Italia dove non c’è posto per nient’altro che le nostre lamentele, all’improvviso si mettono di traverso nella nostra ripartenza. Ritroveremo davvero il coraggio di ascoltare il Vangelo che le loro vite annunciano?

 

 
Le “preoccupazioni” del nostri Vescovi PDF Stampa E-mail

Il Covid-19 ha provocato due fratture particolarmente angosciose: la povertà e l’educazione…

La crisi economica, conseguente alla crisi sanitaria, ha messo in ginocchio molti piccoli imprenditori e altrettante famiglie, rivelandosi terreno fertile per l’espandersi dei tentacoli dell’usura, della criminalità, delle mafie. La crepa in cui s’insinua il grimaldello dell’illegalità è la povertà

I dati forniti da una rilevazione nazionale condotta da Caritas italiana (chiusa a febbraio 2021) testimoniano numeri davvero impressionanti relativi all’intero anno 2020: nel corso di dodici mesi sono state quasi due milioni le persone supportate, in varie modalità, dai servizi promossi dalle Caritas diocesane e parrocchiali… In questo scenario condividiamo la preoccupazione per il declino demografico del nostro Paese: occorre creare un quadro economico, sociale e culturale favorevole al rilancio e al sostegno delle famiglie e dei progetti dei giovani.

La seconda frattura riguarda l’educazione: la pandemia sta, infatti, incidendo pesantemente sui contesti educativi delle nuove generazioni. Accanto agli anziani sono soprattutto i più giovani a vedere modificata nel profondo la loro vita quotidiana: le attività scolastiche sono condizionate dalle restrizioni; le possibilità di attività sportive ed extrascolastiche sono ridotte al minimo; le nostre stesse attività pastorali ne stanno risentendo in modo significativo. Il ricorso alla cosiddetta didattica a distanza (DaD) è modalità tanto doverosa nel tentativo di contenimento dei contagi, quanto complessa dal punto di vista dell’applicazione. E qui il discorso si lega alla povertà, perché la DaD ha messo in luce il doloroso divario, non solo digitale, che attraversa l’Italia al Nord come al Sud e non permette a tutti i nostri ragazzi di fruire del diritto all’istruzione a parità di condizioni. La scuola, luogo fisico e spazio della formazione completa, non si limita a dare nozioni, ma unisce, integra, include, accompagna. È pertanto urgente intervenire a sostegno di questi ragazzi, per non rassegnarsi a un’incolmabile disparità: da un lato, coloro che potranno poi contare su una rete familiare sollecita e sulla possibilità, anche economica, di recuperare eventuali lacune; dall’altro, i “sommersi”, tutti coloro che, lasciati soli, si perderanno nelle pieghe della dispersione. Torna attuale l’insegnamento di don Lorenzo Milani: «Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali. […] Se si perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati».

Card. Gualtiero Bassetti, Presidente CEI

 
San Giuseppe: il sogno della vocazione PDF Stampa E-mail

Dal Messaggio di papa Francesco
per la 58ª Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni

San Giuseppe: il sogno della vocazione

 

San Giuseppe ci suggerisce tre parole-chiave per la vocazione di ciascuno.

La prima è sogno. Tutti nella vita sognano di realizzarsi. Ed è giusto nutrire grandi attese, aspettative alte che traguardi effimeri – come il successo, il denaro e il divertimento – non riescono ad appagare. In effetti, se chiedessimo alle persone di esprimere in una sola parola il sogno della vita, non sarebbe difficile immaginare la risposta: “amore”. È l’amore a dare senso alla vita, perché ne rivela il mistero. La vita, infatti, si ha solo se si , si possiede davvero solo se si dona pienamente. San Giuseppe ha molto da dirci in proposito, perché, attraverso i sogni che Dio gli ha ispirato, ha fatto della sua esistenza un dono… San Giuseppe rappresenta un’icona esemplare dell’accoglienza dei progetti di Dio. La sua è però un’accoglienza attiva: mai rinunciatario o arrendevole, egli «non è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo». Possa egli aiutare tutti, soprattutto i giovani in discernimento, a realizzare i sogni di Dio per loro; possa egli ispirare l’intraprendenza coraggiosa di dire “sì” al Signore, che sempre sorprende e mai delude!

Una seconda parola segna l’itinerario di San Giuseppe e della vocazione: servizio... Liberando l’amore da ogni possesso, si aprì infatti a un servizio ancora più fecondo: la sua cura amorevole ha attraversato le generazioni, la sua custodia premurosa lo ha reso patrono della Chiesa… Il suo servizio e i suoi sacrifici sono stati possibili, però, solo perché sostenuti da un amore più grande: «Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione».

C’è un terzo aspetto che attraversa la vita di San Giuseppe e la vocazione cristiana, scandendone la quotidianità: la fedeltà. Giuseppe è l’«uomo giusto» (Mt 1,19), che nel silenzio operoso di ogni giorno persevera nell’adesione a Dio e ai suoi piani. In un momento particolarmente difficile si mette a “considerare tutte le cose” (cfr v. 20). Medita, pondera: non si lascia dominare dalla fretta, non cede alla tentazione di prendere decisioni avventate, non asseconda l’istinto e non vive all’istante. Tutto coltiva nella pazienza. Sa che l’esistenza si edifica solo su una continua adesione alle grandi scelte… Come si alimenta questa fedeltà? Alla luce della fedeltà di Dio… Questa fedeltà è il segreto della gioia. Nella casa di Nazaret, dice un inno liturgico, c’era «una limpida gioia». Era la gioia quotidiana e trasparente della semplicità, la gioia che prova chi custodisce ciò che conta: la vicinanza fedele a Dio e al prossimo. Come sarebbe bello se la stessa atmosfera semplice e radiosa, sobria e speranzosa, permeasse i nostri seminari, i nostri istituti religiosi, le nostre case parrocchiali! È la gioia che auguro a voi, fratelli e sorelle che con generosità avete fatto di Dio il sogno della vita, per servirlo nei fratelli e nelle sorelle che vi sono affidati, attraverso una fedeltà che è già di per sé testimonianza, in un’epoca segnata da scelte passeggere ed emozioni che svaniscono senza lasciare la gioia. San Giuseppe, custode delle vocazioni, vi accompagni con cuore di padre!

 
Segni della Pasqua di Gesù e nostra PDF Stampa E-mail

Non deve essere stato facile per i discepoli di Gesù, il Cristo Crocifisso, accettare la presenza del Signore Risorto. Il suo essere vivo dopo la morte che non ha niente del fantasma, il mostrarsi con il suo corpo e il suo ostentare le piaghe per confermare che era proprio lui, il vederlo ripetere i gesti dello spezzare il pane e chiedere del pesce da mangiare, l’ascoltare lo stesso Vangelo che avevano già sentito ma che non era stato pienamente creduto, il presentarsi all’improvviso in diversi luoghi e a diverse persone, la fiducia da assegnare alle donne che secondo il pensare comune non potevano dare una testimonianza credibile… Certamente è condivisibile il dubbio dell’apostolo Tommaso che fa fatica a credere, anche se il numero dei testimoni è grande! Non bastava vederlo, ma bisognava credere ai segni che Gesù faceva: le parole e i gesti mostravano e “di-mostravano” che quella persona che avevano davanti era il figlio di Giuseppe e Maria, il Maestro che predicava e il “Medico” che guariva, il tradito da Giuda e l’ucciso sulla croce… però ora era risorto ed era vivo, perciò era veramente il Signore della Vita, che offre una Vita che va oltre tutto compresa la morte.

Anche se “l’essenziale è invisibile agli occhi”, però “l’occhio vuol la sua parte!”. Probabilmente c’è una conversione da fare: passare dal “vedere per credere” al “credere per vedere”. Forse è anche questo il motivo per cui Gesù risorto dona lo Spirito ai suoi discepoli, dono che è molto necessario anche per noi oggi… altrimenti i segni non ci aiutano a credere che la Vita circola in abbondanza per opera del Risorto!

Perché non guardare allora i molteplici segni che sono davanti a noi?

È bello notare che nei cuori e nelle persone sta crescendo una maggior speranza: la corsa ai vaccini e la sicurezza che danno (soprattutto alle persone fragili e a gli anziani) manifestano che la voglia di Vita è tanta e sarebbe bello che “contagiamo” coloro che sono appesantiti dalla paura e quelli che sono schiacciati dall’angoscia, coloro che sono stati colpiti dal virus e fanno fatica a riprendersi e quelli che hanno perso qualcuno dei propri cari (magari non potendo stare loro vicini negli ultimi momenti).

Come Comunità cristiana ci stiamo riaggregando dopo mesi di “distanziamen-to”: non c’è solo la voglia di “essere assemblea” con Gesù a tra noi, ma si vedono anche i frutti. I posti occupati durante le Messe, la ripresa del “catechismo”, il celebrare i Sacramenti… Lo Spirito del Risorto continua a “farci Chiesa”.

Godiamo insieme della gioia dei nostri bambini e ragazzi che sono ritornati a scuola. Sono felici loro, gli insegnanti, i genitori e soprattutto i nonni. Intanto coltiviamo la speranza che anche tutti gli adolescenti e i giovani possano “tornare in presenza” nei loro istituti, per crescere con compagni e professori.

Siamo attorniati dalla natura che si slancia in primavera: il grande “segno” dell’opera del Creatore! Quanti giardini pieni di fiori e piante, quanti prodotti che stanno crescendo negli orti, quanti colori che la natura ci offre… e poi il Parco delle Groane che inizia a “ri-mostrare” il suo splendore istigandoci a camminare e “biciclettare”.

C’è grande carità e solidarietà. La generosità in Solaro non si è mai spenta nei mesi dell’epidemia: ora ecco un altro segno. Alla nostra Caritas sono stati donati ben 750.000 punti delle tessere Fidaty (Esselunga). Un segno della grande voglia di aiutare che anima tanti, ma anche di grande fiducia nell’opera che i nostri Volontari Caritas hanno fatto, fanno e vogliono continuare a fare. È stato bello anche sapere che molti hanno invogliato altri: solaresi e non, parenti e compagni di lavoro…

È anche bello notare il contributo alla iniziativa caritativa quaresimale: le migliaia di euro raccolte potranno permettere alla Caritas Ambrosiana di continuare a sostenere le iniziative per i profughi accampati in Bosnia. Un grazie che viene dalle famiglie che saranno aiutate a Solaro e dai profughi di Lipa, ma anche da parte di Gesù Risorto che continua a operare mettendo nel nostro cuore tanta speranza e tanto bene.

 
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Notizie Parrocchiali

Sabato, 11 gennaio 2020

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Orari delle S. Messe festive tutte in chiesa parrocchiale:  9.30 – 11.00 – 18.00.

Centro ascolto Caritas

Ogni martedì  ore 15.00 - 17.00

Prenotazioni Messe

Presso gli uffici parrocchiali si ricevono prenotazioni delle S. Messe a suffragio dei defunti


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