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Parrocchia Santi Quirico e Giulitta - Solaro
ORATORIO ESTIVO 2021. Da lunedì 14 giugno a venerdì 16 luglio. Per PreAdolescenti e ragazzi di 5° elementare all'oratorio di Brollo. PDF Stampa E-mail

Nel logo, lo slogan dell’Oratorio estivo 2021 trasborda dagli spazi, esce da un’esplosione che è un segno di entusiasmo e diventa l’urlo di gioia che non smetteremo di urlare in ogni occasione, nelle nostre calde giornate in oratorio.

 

«Hurrà» è la parola della nostra esultanza. Sulla scritta dello slogan «Hurrà» si trovano gli elementi che indicano le cinque settimane della proposta: la pedina per i giochi da tavolo; la trottola per i giochi dal mondo; la coppa per i giochi sportivi; il fantasmino del Pac-man per i videogiochi; la biglia per i giochi di un tempo.

 

Tutt’attorno ecco diversi bambini che corrono, vanno in skateboard, si arrampicano e vanno in altalena. I bambini “giocano sulle sue piazze”, che sono le piazze di ogni città, dei nostri quartieri, paesi.

 

«Hurrà» apre certamente uno spiraglio a una nuova avventura, a nuove sfide e nuovi giochi. Nel logo, dalla «u» di «Hurrà» partono due fasce azzurre che indicano lo slancio che il gioco, come metafora della vita, porta con sé.

 

«Giocheranno sulle sue piazze» è il sottotitolo dello slogan «Hurrà», tratto dal versetto 5 del capitolo 8 del libro del profeta Zaccaria. Il contesto in cui si inseriscono queste parole dà il senso alla condizione per cui possiamo giocare davvero. Le piazze di cui parla il profeta sono quelle di Gerusalemme, sono quelle della Chiesa, e quindi della comunità e dell’oratorio, dove Dio sempre “torna a dimorare”, ogni volta che sappiamo riconoscerlo. È la presenza di Dio che “fa casa”, “fa ambiente”, “fa campo” affinché chi dimora con lui possa trovare la tranquillità e la serenità del gioco e nel gioco.

È la presenza di Dio a riempire dunque di vitalità le “nostre piazze”: un bambino gioca perché attorno a lui ci sono le condizioni per farlo, perché sa di sentirsi al sicuro.

 
Spirito “paràclito”: cioè? PDF Stampa E-mail

Nel Vangelo di Giovanni proposto in questa domenica si parla dello Spirito come di «un altro Paraclito». Questo crea immediatamente un legame con «il primo Paràclito» che evidentemente è Gesù stesso.

Basta leggere la Prima lettera di Giovanni per cogliere questa corrispondenza. Infatti in 1Gv 2,1 si legge: «Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto».

Nel testo greco il termine è il medesimo che nel brano evangelico di questa domenica si riferisce allo Spirito. Lo Spirito e Gesù sembrano quindi avere la medesima funzione riguardo ai credenti: entrambi sono “dalla loro parte”. Infatti paràkleton, che nella vecchia traduzione CEI veniva tradotto a volte con “consolatore” (Gv 14,16.26; 15,26; 16, 7) e una con “avvocato” (1Gv 2,1), indica la figura di chi sta dalla parte di qualcuno e agisce «in favore di». Per questo ora che Gesù sale al Padre «un altro Paràclito» sarà inviato ai discepoli.

Tuttavia, quest’altro Paràclito non avrà una funzione autonoma rispetto a quella del primo. Infatti se guardiamo cosa dice Giovanni di questo secondo Paràclito, vediamo che la sua azione è sempre in rapporto con Gesù. Egli (14,16) rimarrà presso i discepoli per sempre. Si tratta di una presenza che accompagna costantemente e in ogni tempo la vita della Chiesa. Nel cammino della comunità dei discepoli di Gesù c’è una presenza che continua e tale presenza è lo Spirito.

Però la presenza di questo «Paràclito» (Gv 14,26) nel suo rimanere con i discepoli di Gesù avrà la funzione di insegnare ogni cosa e di ricordare tutte le parole di Gesù: «il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Il suo compito quindi non sarà quello di fare una nuova rivelazione, di aggiungere qualcosa alla manifestazione di Dio che è stata fatta da Gesù con la sua vita e la sua Pasqua, ma quella di renderla presente e attuale in ogni istante della vita della Chiesa.

Inoltre, non si tratterà di una azione esteriore, ma interiore: le parole di Gesù non saranno più udite dai discepoli ma saranno poste nel loro intimo dallo Spirito…

Questo tema viene ripreso in Gv 16,13: «lo Spirito di verità, vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future». Compito dello Spirito è guidare alla verità tutta intera. Ma noi sappiamo che la Verità nel Vangelo di Giovanni non è qualcosa di razionale, ma è la rivelazione di Dio che si è manifestata in Gesù, nel Verbo fatto carne, l’esegeta del Padre. In fondo la Verità non è altro che Gesù stesso. Lo Spirito, il Paràclito, dovrà guidare i credenti alla pienezza della rivelazione di Gesù, anzi alla pienezza di Gesù. Lo Spirito è colui che traccia suo volto della Chiesa di ogni tempo i medesimi tratti del volto di Cristo, che rende la Pasqua di Gesù evento attuale nella vita della Chiesa.

Anche in Gv 15,26 dove si usa nuovamente il termine “Paràclito”, si afferma il legame profondo tra Gesù e lo Spirito. Infatti si dice che lo Spirito è colui che «rende testimonianza a Gesù». Lo Spirito è «il martire» (testimone) di Gesù, è colui che rende possibile nella vita della Chiesa ogni testimonianza, ogni «martirio». Nella vita di ogni martire della storia della Chiesa si è resa tangibile questa presenza dello Spirito che rende «pasquale» la vita dei discepoli e delle discepole di Gesù conformandola pienamente a quella del loro maestro. Quando la Chiesa celebra un martire in fondo celebra proprio la presenza della Pasqua resa interiore alla vita di un discepolo di Cristo: non celebra qualcosa di diverso da ciò che si celebra nel Triduo pasquale, ma la medesima realtà che, grazie al dono pasquale dello Spirito, è divenuto carne e sangue nell’esistenza concreta di un discepolo di Gesù, nella Chiesa

 
Battesimo, Cresima, Comunione… dove sta Gesù? PDF Stampa E-mail

Intervista a don Armando Matteo, teologo

 

Il Covid ha ridotto le presenze nelle chiese.

Perché il futuro ecclesiale rischia di essere senza giovani e senza donne?

I rilievi statistici ci dicono che la disaffezione alla realtà della Chiesa da parte del mondo giovanile e dell’universo delle donne che transitano intorno a quarant’anni continua a crescere. Dio non voglia che la nostra si avvii a diventare una Chiesa che vada bene solo per i bambini e per i loro nonni.

 

Gli adulti sono prigionieri del mito dell’«adorazione della giovinezza».

Non più adulti nella fede?

Questo è il cuore del problema della nuova evangelizzazione in Occidente. Gli adulti – e quindi coloro che hanno dai quaranta ai sessant’anni – tengono e non poco alla tradizione cristiana, ma nel loro cuore non c’è più posto per il cristianesimo. Quel cuore è del tutto votato al culto della giovinezza. Per loro, fuori dalla giovinezza non c’è salvezza. Giovinezza come grande salute, potere, denaro, prestanza sessuale, libertà infinita, bisogno struggente di stare sempre in giro ed altro ancora. Ed è qui che si radica la sfida per l’evangelizzazione che papa Francesco indica con chiarezza: la rottura della trasmissione generazionale della fede. I nostri adulti “Peter Pan” offrono ai loro figli un vuoto di testimonianza o meglio la testimonianza di un cuore vuoto di cristianesimo.

 

Come avvicinare i giovani alla fede?

La fede si trasmette per attrazione, per contagio, per riflesso. Sono necessarie, dunque, comunità abitate da adulti autenticamente innamorati di Gesù. Se riusciremo a trovare una parola per i quarantenni o cinquantenni di oggi, saremo in grado di riavere una nuova sintonia con il mondo dei giovani. Bisogna ripartire dalla questione dell’adulto.

 

Quali consigli darebbe a un parroco e alla sua comunità?

Direi: agisci sempre in modo che chiunque attraversi la parrocchia possa innamorarsi di Gesù. Agisci sempre in modo che chiunque si sia innamorato di Gesù possa davvero diventare santo e cioè donato agli altri. Agisci ancora in modo che sia quello della fraternità il profumo che si respira nella vita della parrocchia. Agisci, infine, in modo da poter spezzare quel vincolo tra depressione e fede che tanto spesso ci caratterizza. Come credenti, siamo memoria vivente del Crocifisso Risorto che ha vinto la morte e ci ha spalancato le porte della Gerusalemme celeste verso la quale, con inni e canti, procediamo. Di domenica in domenica.

 
Asceso o disceso? PDF Stampa E-mail

Gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne, fedeli e coraggiose. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto, e sono venuti tutti all'appuntamento sull'ultimo colle.

Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in uomini e donne che dubitano ancora, affidando proprio a loro il mondo e il Vangelo. Non rimane con i suoi ancora un po' di tempo, per spiegare meglio, per chiarire meglio, ma affida loro la lieta notizia nonostante i dubbi. I dubbi nella fede sono come i poveri: li avremo sempre con noi. Gesù affida il vangelo e il mondo nuovo, sognato insieme, alla povertà di undici pescatori illetterati e non all'intelligenza dei primi della classe. Con fiducia totale, affida la verità ai dubitanti, chiama i claudicanti a camminare, gli zoppicanti a percorrere tutte le strade del mondo: è la legge del granello di senape, del pizzico di sale, della luce sul monte, del cuore acceso che può contagiare di vangelo e di nascite quanti incontra.

Andate, profumate di cielo le vite che incontrate, insegnate il mestiere di vivere, così come l'avete visto fare a me, mostrate loro il volto alto e luminoso dell'umano.

Battezzate, che significa immergete in Dio le persone, che possano essere intrise di cielo, impregnate di Dio, imbevute d'acqua viva, come uno che viene calato nel fiume, nel lago, nell'oceano e ne risale, madido d'aurora. Ecco la missione dei discepoli: fare del mondo un battesimo, un laboratorio di immersione in Dio, in quel Dio che Gesù ha raccontato come amore e libertà, come tenerezza e giustizia. Ognuno di noi riceve oggi la stessa missione degli apostoli: annunciate. Niente altro. Non dice: organizzate, occupate i posti chiave, fate grandi opere caritative, ma semplicemente: annunciate.

E che cosa? Il Vangelo, la lieta notizia, il racconto della tenerezza di Dio. Non le idee più belle, non le soluzioni di tutti i problemi, non una politica o una teologia migliori: il Vangelo, la vita e la persona di Cristo, pienezza d'umano e tenerezza del Padre.

L'ascensione è come una navigazione del cuore. Gesù non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo. È disceso (asceso) nel profondo delle cose, nell'intimo del creato e delle creature, e da dentro preme come forza ascensionale verso più luminosa vita. "La nostra fede è la certezza che ogni creatura è piena della sua luminosa presenza" (Laudato si' 100), che «Cristo risorto dimora nell'intimo di ogni essere, circondandolo con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce» (Laudato si' 221).

Ermes Ronchi, Avvenire 13 Maggio 2021

 
I martiri di traverso di Giorgio Bernardelli PDF Stampa E-mail

Una missionaria laica di 50 anni, colpita a morte in una delle troppe periferie violente dell’America Latina. Un giovane vescovo di 43 anni, gambizzato per intimidazione prima ancora dell’inizio del suo ministero in una diocesi del martoriato Sud Sudan.

In quest’Italia che non sa più guardare oltre tavolini, calcetto e coprifuoco, nelle ultime ore è arrivata – drammatica – la cronaca a ricordarci che esiste un mondo intorno a noi. Scuotendoci anche come comunità cristiana, con le storie di due missionari della generazione degli anni Duemila. Tutti e due, curiosamente, originari della stessa città, Schio, in provincia e diocesi di Vicenza. Partiti entrambi proprio quando in parrocchia iniziavamo a ripeterci sempre più spesso che la missione ormai è qui; che c’è troppo da fare nelle nostre città per andare a cercare avventure nelle periferie del mondo.

Nadia e padre Christian. Quelli che il bergogliano “siamo tutti sulla stessa barca” l’avevano già capito più di vent’anni fa; e ne hanno fatto il centro della propria vita, ben sapendo che questo poteva voler dire anche pagarne il prezzo.

Nadia De Munari – in Perù con l’Operazione Mato Grosso – aveva detto sì all’ennesima intuizione di padre Ugo De Censi, l’inventore di questo grande ponte di solidarietà con la gente poverissima della Cordigliera delle Ande. Perché se – come accade un po’ dappertutto oggi nel mondo – tante famiglie dalle montagne scendono a Chimbote in cerca di fortuna, anche lì bisognava stare con loro. Così era nata la casa “Mama mia”, dove Nadia si prendeva cura dei bambini e dei ragazzi di quelle famiglie in un contesto per loro così difficile. “Anche noi abbiamo dovuto costruire sulla sabbia”, aveva raccontato in un’intervista a una radio locale tre anni fa, senza nascondere la fatica. Aggiungendo, però, anche il senso più profondo di quella missione: “Tutti siamo stati creati per donare agli altri e la cosa che ci rende più felici è scoprire che tutto quello che abbiamo, che sappiamo fare e che ci è stato insegnato, possiamo condividerlo con gli altri”. Condividerlo anche nella precarietà della vita in queste periferie del mondo. Come avevano già fatto – sempre in Perù, negli anni Novanta – Giulio Rocca e padre Daniele Badiali, anche loro uccisi in nome dell’amore evangelico per questi fratelli nato proprio attraverso l’Operazione Mato Grosso.

Lo stesso amore che ha portato padre Christian, missionario comboniano, ad accogliere un compito difficilissimo a Rumbek. Quando qualche settimana fa Papa Francesco lo aveva nominato abbiamo scritto tutti che diventava il vescovo più giovane del mondo (soli 43 anni) nel Paese più giovane del mondo (il Sud Sudan indipendente solo dal 2011). Ma i titoli troppo facili sono sempre pericolosi. Per esempio nascondono la fatica e le lacerazioni di una diocesi rimasta per dieci anni senza un pastore. E le tante contraddizioni di un Paese dove le tensioni tra le etnie, come sempre, sono armate da interessi ben più prosaici che si chiamano terra, bestiame, petrolio. «Perdono chi mi ha sparato, dal profondo del cuore, e chiedo di pregare per la gente di Rumbek che sicuramente soffre più di me», sono le parole che padre Christian ieri ha affidato a una radio sud-sudanese prima di essere trasferito a Nairobi per essere curato. Parole che ci chiedono di non fermarci all’emozione perché “hanno colpito uno di noi”; ma di guardare come il pastore ferito all’intero suo gregge.

Nadia e padre Christian. Due volti che si prestano ben poco alle denunce ad effetto sui cristiani perseguitati. Perché sono i martiri di una fede vissuta accanto agli ultimi, ai dimenticati, esposti ai mille pericoli della loro esistenza. Sono i martiri di quel mondo malato, con cui vorremmo avere a che fare il meno possibile (salvo poi alzare muri o vendere armi proprio lì). Sono i martiri che in un giorno di fine aprile, in questa Italia dove non c’è posto per nient’altro che le nostre lamentele, all’improvviso si mettono di traverso nella nostra ripartenza. Ritroveremo davvero il coraggio di ascoltare il Vangelo che le loro vite annunciano?

 

 
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Notizie Parrocchiali

Sabato, 11 gennaio 2020

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Orari delle S. Messe festive tutte in chiesa parrocchiale:  9.30 – 11.00 – 18.00.

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Ogni martedì  ore 15.00 - 17.00

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