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Parrocchia Santi Quirico e Giulitta - Solaro
PARTIRE O ACCOGLIERE? IL CUORE APERTO DELLA MISSIONE PDF Stampa E-mail

Ottobre è il mese missionario. Una parola che ci fa pensare a terre lontane e a chi è partito per annunciare il Vangelo, e la Chiesa ha bisogno di loro come dell'aria. Ma oggi la missione comincia anche sulla porta di casa: il mondo, con i suoi volti e le sue fatiche, è venuto da noi. Siamo missionari quando partiamo, ma anche quando apriamo. Al centro c'è sempre un volto. "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25). Il fratello è chi mi assomiglia, ma soprattutto chi non mi assomiglia: lo straniero, l'anziano solo, il ragazzo che in oratorio resta in disparte, la famiglia che fatica e si vergogna a chiedere. Accoglierlo significa prima di tutto guardarlo con il cuore di Gesù, uno sguardo che ama prima di giudicare. Poi sostenerlo con gesti concreti, e restargli vicino anche quando non si può risolvere tutto. La Chiesa oggi si sente "in uscita", chiamata ad andare incontro più che a difendersi. E ogni battezzato è missionario: per il vicino che in chiesa non viene più, la Chiesa sei tu, con il tuo saluto, la tua pazienza, la tua parola buona. In questo mese siamo invitati anche all'offerta per le missioni. Quanto raccoglieremo nella Giornata Missionaria Mondiale sarà destinato alle Pontificie Opere Missionarie, che a nome del Papa sostengono le giovani Chiese di tutto il mondo. Non è una goccia nel mare: ogni offerta confluisce in un unico fondo di solidarietà universale, segno che ci sentiamo davvero un'unica famiglia. La missione è il segno di un cuore aperto. Il suo contrario sono le chiusure e la paura del diverso, che spesso abitano anche dentro di noi. Ma diciamocelo con franchezza: la paura e la chiusura non fanno vivere e non ci fanno essere cristiani, perché Dio entra sempre attraverso il fratello, soprattutto quello che non ci aspettavamo. Infine, un pensiero per il nostro parroco, don Sergio, ancora ricoverato in ospedale. Gli facciamo arrivare tutto il nostro affetto e lo affidiamo ogni giorno al Signore e a Maria, Salute degli infermi. Con lui preghiamo per tutti gli ammalati della nostra comunità e per chi li assiste: anche questa è missione.

Buon cammino a tutti, con il cuore aperto.

Don Massimiliano

 

 
Facciamo festa PDF Stampa E-mail

Ci sono giorni che una comunità non organizza: li riceve. Il nostro Pietro, viene ordinato diacono, primo passo verso il sacerdozio che riceverà tra pochi mesi.

Non capita spesso. Oggi le ordinazioni sono rare, e molte parrocchie passano anni senza vedere un proprio figlio scegliere questa strada. Per questo vale la pena fermarsi e vivere fino in fondo questo momento: chi c'era lo porterà nel cuore per sempre.

Una vocazione non nasce dal nulla. Nasce in una famiglia, ma anche in una comunità: nei catechisti, negli educatori, nelle Messe della domenica, nelle preghiere di tanti. In questo “sì” c'è un po' di ognuno di noi. È il segno che la nostra comunità è ancora capace di generare.

Stringersi attorno a Pietro significa dirgli che non cammina da solo. Partecipiamo, fermiamoci a festeggiare, portiamo i nostri figli e preghiamo per lui, perché sia un pastore secondo il cuore di Dio, e perché altri giovani trovino il coraggio di rispondere alla stessa chiamata.

In questa gioia il nostro pensiero va anche a don Sergio, ancora in ospedale per proseguire le cure. Lo sentiamo vicino in un giorno così importante per la parrocchia. A lui il nostro abbraccio e la nostra preghiera, perché possa presto ristabilirsi e tornare a fare festa con noi. - Buon cammino don Massimiliano

 
La conversione del cuore: lasciarsi cambiare dalla Parola PDF Stampa E-mail

Carissimi fratelli, mi piace fermarmi con voi a riflettere sul nostro cuore, il cuore cristiano.

C'è un momento, nella vita di ogni credente, in cui la fede smette di essere un insieme di pratiche e diventa un incontro. È il momento della conversione del cuore: non un evento isolato, ma un cammino continuo in cui la Parola di Dio non resta più sulla pagina, ma comincia a scavare, a interrogare, a trasformare. Troppo spesso ci accostiamo alle Scritture come a un testo da conoscere, da studiare, magari da citare al momento giusto, a volte, neppure lo ricordiamo alla fine della messa. Ma la Parola di Dio non chiede anzitutto di essere compresa: chiede di essere ascoltata, accolta. È viva, dice la Lettera agli Ebrei, "più tagliente di ogni spada a doppio taglio" — capace di raggiungere le pieghe più nascoste del cuore, quelle che nemmeno noi conosciamo bene. Quando ci esponiamo davvero ad essa, qualcosa in noi non può restare come prima. Ed è qui che nasce la vera domanda: che cosa cambia, in me, dopo aver ascoltato? Se la risposta è "nulla", forse abbiamo solo sfiorato il testo senza lasciarci toccare. La conversione autentica non è un'emozione passeggera del cuore durante la Messa della domenica: è la decisione quotidiana di lasciare che il Vangelo riscriva le nostre priorità, i nostri giudizi, il nostro modo di amare.

E qui arriviamo al cuore della testimonianza cristiana. Nessuno può parlare credibilmente di un amore che non ha mai sperimentato. Il cristiano non è chiamato anzitutto a spiegare la fede, ma a mostrarla — ad essere, prima ancora che maestro, testimone. Testimone significa aver visto, aver toccato con mano, aver lasciato che quell'amore di cui parla il Vangelo diventasse carne nella propria storia: nelle ferite guarite, nei perdoni ricevuti e donati, nelle notti in cui quella presenza non ha lasciato soli. È da questa esperienza vissuta, e non da un discorso imparato, che nasce una testimonianza capace di attirare. Il mondo non ha bisogno di altre parole sul cristianesimo: ne ha già sentite tante, spesso vuote. Ha bisogno di incontrare persone che, vivendo diversamente, facciano sorgere una domanda: perché sei così? Da dove viene questa pace, questa capacità di amare anche chi non lo merita, questa libertà da correre dietro alle cose che tutti inseguono? È la bellezza, prima ancora dell'argomentazione, a convertire. Fëdor Dostoevskij scriveva che "la bellezza salverà il mondo": ed è quella bellezza che si vede in chi ha lasciato che l'amore di Dio diventasse il proprio modo di stare al mondo. Non persone perfette, ma persone vere, trasparenti, che lasciano intravedere qualcosa di più grande di loro stesse.

Che questo tempo sia allora l'occasione per tornare alla Parola non come a un dovere, ma come a una sorgente. Per lasciarci ancora sorprendere, ancora scomodare, ancora cambiare. Perché solo un cuore realmente convertito può generare una testimonianza che non convince con le argomentazioni, ma conquista con la vita.

Vi porto anche i saluti del nostro parroco don Sergio, il quale sta continuando le sue cure per guarire, ora si trova a Legnano. Se lo desiderate scrivetegli pure, ma non andate a trovarlo, il rischio che possiamo portare qualche batterio non è di certo il suo bene attuale, grazie.

Buona domenica a tutti

don Massimiliano

 
UN CAMMINO DA VIVERE, NON DA GUARDARE PDF Stampa E-mail

Carissimi,

come ogni anno che si apre ci mette davanti alla stessa domanda: sarà solo un anno che passa, o un anno che vivremo davvero? La differenza non sta nelle cose che faremo, ma nella cura che metteremo nel nostro cammino personale con il Signore, perché è Lui che può fare la differenza nella nostra vita.

Vivere il cammino significa prima di tutto lasciarsi raggiungere dalla Parola di Dio, non ascoltarla di sfuggita ma entrare nella sua profondità, giorno dopo giorno, lasciando che parli alla vita concreta di ciascuno. Una Parola che non resta sulla carta, ma che si fa pane quotidiano, capace di illuminare le scelte, le fatiche, le gioie di ogni giornata.

E questo cammino ha bisogno di fedeltà: fedeltà alla Messa, che ci raccoglie come famiglia attorno all'altare; fedeltà alla preghiera, che tiene aperto il dialogo con Dio anche nel silenzio dei giorni feriali; fedeltà al proprio cammino personale, fatto di piccoli passi costanti più che di slanci isolati. Non serve fare tutto e subito: serve non smettere di camminare.

Ma c'è di più! Questo cammino, se vissuto sul serio, non riguarda solo il cuore di ciascuno; riguarda il volto della nostra comunità. Una comunità che prega, che si nutre della Parola, che è fedele all'Eucaristia, diventa capace di una cosa preziosa e rara; guardare nella stessa direzione. Non uniformità, ma unità di sguardo e di passo, la stessa che caratterizzava i primi discepoli, assidui e concordi.

Che questo sia allora l'anno in cui, ciascuno a partire dal proprio passo, impariamo di nuovo a camminare insieme, guardando dove il Signore ci sta guidando.

Buon cammino a tutti.

Don Massimiliano

 
Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro? PDF Stampa E-mail

Settembre torna, come ogni anno, a bussare alla porta delle nostre case e della nostra comunità. Le valigie si disfano, i ritmi riprendono, e insieme a tutto questo si riaccende anche il cammino pastorale che ci accompagnerà per i prossimi mesi.

Quest’anno la nostra Diocesi ci consegna una domanda che sembra quasi rubata a un passante curioso, incuriosito da un chiasso di festa che non sa spiegarsi: “Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?”

È una domanda che vale la pena lasciarsi addosso in queste settimane. Perché non è una domanda teorica, buona per un titolo su un manifesto: è una domanda che chiunque, passando davanti al nostro oratorio, alle nostre feste, alle nostre chiese, potrebbe davvero porsi.

Che cosa vedono, gli altri, quando ci guardano vivere la nostra fede insieme? Vedono una gioia vera, contagiosa, che si spiega solo se si conosce il Signore che la genera? O vedono soltanto un’abitudine, un rito ripetuto senza più stupore?

Settembre, per una comunità cristiana, non è mai un mese qualunque: è l’inizio, il “capodanno” pastorale, il momento in cui si torna a seminare per raccogliere insieme, un passo alla volta, lungo tutto l’anno. E quest’anno il seme che ci viene consegnato è proprio la gioia — non un’euforia superficiale, ma quella gioia profonda di cui parla il Vangelo, quella che nasce dall’incontro con Cristo e che nessuna fatica, nessuna fragilità, nessuna stanchezza riesce a spegnere del tutto.

E la buona notizia è che questa gioia, quest’anno, la nostra comunità è già chiamata a viverla concretamente, in tanti appuntamenti che scandiranno le prossime settimane.

Penso alla prossima festa di Cascina Emanuela, occasione bella per ritrovarci come famiglia più grande, per riscoprire che la fede si vive anche nella semplicità di uno stare insieme gratuito. Penso alle feste degli oratori, che riaprono le porte ai ragazzi e alle famiglie dopo l’estate, segno vivo che la comunità continua a scommettere sui più giovani e sul futuro. Penso agli anniversari che in questo periodo celebriamo — matrimoni, ordinazioni, tappe di vita consacrata a Dio e alla comunità — che ci ricordano come la fedeltà, quando è vissuta nel tempo, diventi essa stessa una forma di gioia matura, meno appariscente ma non meno vera.

E infine, un appuntamento che riempie di speciale allegria tutta la nostra Diocesi: la prossima ordinazione diaconale di Pietro. È un dono grande vedere un fratello rispondere sì alla chiamata del Signore, ed è giusto che tutta la comunità si stringa attorno a lui con la preghiera e con la festa, perché la sua gioia diventi anche la nostra.

Ecco allora la nostra risposta a chi ci chiede: “Che allegria c’è?” C’è la gioia di rimetterci in cammino insieme, di ritrovarci, di festeggiare la fedeltà e di accogliere un nuovo diacono nella Chiesa. C’è anche la gioia, fatta di speranza, per il nostro Parroco Don Sergio: da tempo ricoverato in ospedale e che in questi giorni ha iniziato una nuova terapia, che tutta la comunità accompagna con la preghiera, augurandogli un cammino di piena guarigione.

Buon settembre a tutti, allora. Buon inizio di anno pastorale. Buon cammino verso quella gioia vera che, sola, sa rispondere a ogni domanda.

 

Buona gioia a tutti!

don Massimiliano

 
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